Antonella Bozzini

Antonella Bozzini

Milano, Italia — 23 gennaio 1967. Inizia i suoi studi in Fotografia nel 1990 presso lo IED – Istituto Europeo di Design – Dipartimento di Fotografia di Milano, laureandosi nel 1993. Nel 1992 vince il Premio di Giornalismo “Giovani Artisti Italiani”, organizzato dal Comune di Milano. Entra successivamente a far parte dell’Ordine dei Giornalisti, dove ricopre il ruolo di Fotogiornalista. Per documentare eventi sociopolitici, viaggia in America, in Africa, in Europa e in Oriente.

Nel 1994 Lanfranco Colombo la sceglie per far parte della sua collezione privata “Fotografi Italiani”, conservata alla GAMEC di Bergamo, fra grandi maestri della fotografia storica e contemporanea, come Mulas, Giacomelli, Monti, Scianna, Ghirri e Jodice.
Tra i vari premi ricevuti, ci sono Modena per la Fotografia (1995), “Biennale Arti Visive” – Vigonza – Padova (1998), Tau Visual Qualità Creativa – categoria Autore segnalato – Milano (2009), Basi Arte Contemporanea – Site Specific Installation – Acquedotto di Santa Fiora – Toscana (2012).
Il 2008 è l’anno che vede l’apertura del suo Studio fotografico.
Inizia un nuovo percorso per la sua carriera: la ricerca fotografica è considerata un mezzo di esplorazione e approfondimento di diverse forme di architettura nello spazio urbano. Presta particolare attenzione all’uso dello spazio pubblico e all’integrazione dei diversi contesti – da quello architettonico, sociale, storico e culturale.


Sito web personale


BUNDESKANZLERAMT

LINEA nelle LINEE / Antonella Bozzini

Mercoledì 13 maggio 2020, lo spazio espositivo HUB/ART presenta a partire dalle ore 18:30 la mostra fotografica “LINEA nelle LINEE” di Antonella Bozzini a cura di Andréa Romeiro con il supporto tecnico Interface Facility Management↗︎ e GAG London↗︎. La mostra sarà visitabile dal 14 maggio al 31 luglio 2020.

LINEA nelle LINEE è un progetto fotografico nato due anni fa, in vista dell’anniversario dei trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, ed assume un particolare senso metaforico chiamando in causa il tema della trasformazione dello spazio urbano e architettonico. Le immagini, realizzate lontano da rumori e distrazioni, sono organizzate dal punto di vista del cambiamento del territorio urbano lungo un Confine: la “Linea” che una volta era individuata dal Muro.

Seguendo un percorso ideale nel centro di Berlino, iniziato dalla Hauptbahnhof, a nord, per concludersi a Postdamer Platz, circa tre chilometri a sud, le immagini scattate da Antonella Bozzini attestano le opere che hanno coinvolto grandi architetti contemporanei di alto valore, quali Renzo Piano, Marg und Partner, Foster + Partners, Richter Musikowski, Arata Isozaki, Andrèy Carrera, Rafael Moreno, Hans Kollhoff, Daniel Libeskind e Schultes Frank Architekten.

La fotografa Bozzini si muove così immortalando esperienze architettoniche che hanno disegnato e trasformato la città, senza dimenticare la propria storia. Un invito a notare e valutare come le nuove progettazioni architettoniche abbiano ragionato in misura democratica, innovativa e sostenibile, nel rispetto del territorio, dell’ambiente e delle risorse economiche a servizio della collettività. Per la sua capacità di proporsi come città protagonista nel divenire, la stessa autrice fa emergere una Berlino icona della scena urbanistica-architettonica contemporanea delle capitali europee.

La mostra, inserita nella 15esima edizione del Milano Photo Festival, sarà visitabile fino al prossimo 31 luglio.

EHRENMAL DER BUNDESWEHR
PAUL-LÖBE-HAUS E MARIE-ELISABETH-LÜDERS HAUS

Antonella, classe ’67, Inizia i suoi studi in Fotografia nel 1990 presso lo IED – Istituto Europeo di Design – Dipartimento di Fotografia di Milano, laureandosi nel 1993. Nel 1992 vince il Premio di Giornalismo “Giovani Artisti Italiani”, organizzato dal Comune di Milano. Entra successivamente a far parte dell’Ordine dei Giornalisti, dove ricopre il ruolo di Fotogiornalista. Per documentare eventi sociopolitici, viaggia in America, in Africa, in Europa e in Oriente.

Nel 1994 Lanfranco Colombo la sceglie per far parte della sua collezione privata “Fotografi Italiani”, conservata alla GAMEC di Bergamo, fra grandi maestri della fotografia storica e contemporanea, come Mulas, Giacomelli, Monti, Scianna, Ghirri e Jodice.
Tra i vari premi ricevuti, ci sono Modena per la Fotografia (1995), “Biennale Arti Visive” – Vigonza – Padova (1998), Tau Visual Qualità Creativa – categoria Autore segnalato – Milano (2009), Basi Arte Contemporanea – Site Specific Installation – Acquedotto di Santa Fiora – Toscana (2012).
Il 2008 è l’anno che vede l’apertura del suo studio fotografico.
Inizia un nuovo percorso per la sua carriera: la ricerca fotografica è considerata un mezzo di esplorazione e approfondimento di diverse forme di architettura nello spazio urbano. Presta particolare attenzione all’uso dello spazio pubblico e all’integrazione dei diversi contesti – da quello architettonico, sociale, storico e culturale.


DOVE

HUB/ART
Via Privata Passo Pordoi 7/3
20139, Milano

Ottieni indicazioni
QUANDO

Inaugurazione
Mercoledì 13 maggio, dalle ore 18:30 alle 21:30

Apertura al pubblico
Dal 14 maggio 2020 al 31 luglio 2020
Lunedì – venerdì, 08:00 – 20:00
Sabato 9:00 – 13:00
Domenica su appuntamento.

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UN EVENTO

No Curves

NO CURVES è lo pseudonimo dietro il quale si nasconde uno dei più famosi artisti del nastro di tutto il mondo. Questa tecnica, la stessa utilizzata dall’artista ora in mostra da noi Zino, consiste nel disegnare con il nastro: un prodotto (il nastro) che viene utilizzato principalmente come strumento di lavoro, nelle mani di questo artista diventa uno straordinario elemento artistico, e uno strumento per indagare l’uomo del terzo millennio.
Grazie all’indiscussa abilità tecnica nell’uso del nastro, NO CURVES è considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’arte del nastro a livello internazionale ed è conosciuto proprio per il suo stile unico e geometrico, caratterizzato dalla totale assenza di curve e rotondità.
NO CURVES disegna su ogni tipo di superficie, passando dal contesto urbano e architettonico sino a gallerie d’arte e spazi museali. Sin dal suo esordio collabora con prestigiose istituzioni quali il Museo della Permanente, Museo delle Scienza e Tecnologia e il Barbican Center di Londra, e con top brand del calibro di Adidas, Bmw, Marvel, Microsoft, Nike, Red Bull e molti altri.
Chi si trova davanti a un suo lavoro rimane quasi sempre spiazzato: non solo per la sua capacità tecnica, ma anche per il contrasto che nasce fra l’effetto finale e ciò che lo origina. La poetica di No Curves, infatti, sembra costituita da pixel, tecnologia digitale e visioni cyborg ma in realtà è frutto di una grande abilità manuale.

© No Curves — nocurves.ws ↗︎


Mike Dargas

Mike Dargas ci costringe a fermarci davanti alle sue opere. E non lo fa con soggetti in pose eclatanti o con scene che sconvolgono, ma chiedendoci di mettere in questione la nostra percezione: le sue opere iperrealistiche sono così finemente realizzate da sembrare bellissime fotografie. È solo ad un attento sguardo che si realizza che i soggetti sono effettivamente dipinti con un’accuratezza disarmante.

Studia i suoi soggetti con un’intensità che rivaleggia con Caravaggio e Dalì, ogni pezzo è uno studio intimo che evoca le complessità di pensiero, emozione e sentimento. —Maddox Gallery

Mike nasce in Germania nei primi anni 80 dove sin da piccolo riproduceva i grandi classici dell’arte con gessetti colorati nel lastricato davanti alla Cattedrale di Colonia. Subito riconosciuto per il suo talento prodigioso, venne accettato in una delle scuole d’arte più prestigiose della città — unico bambino in una classe di adulti.

È il voler raccontare l’anima delle persone che spinge Mike verso l’iperrealismo: i suoi dipinti ad olio sono lo specchio dell’anima, ed i suoi soggetti sono in questo senso dei libri aperti. A rafforzare questa trasparenza comunicativa, Mike copre i suoi soggetti con veli di miele (sempre dipinto ad olio!): “Il miele è curativo e bello. […] Quando il liquido copre il modello, viene rivelata un’espressione autentica. È come se il miele rendesse umili e creasse una vulnerabilità che consente alle vere e genuine emozioni di emergere. Non c’è modo di nascondersi in questo processo e scoprire la verità è ciò per cui Mike si impegna attraverso le sue creazioni. Per andare sotto la superficie delle cose. Egli cerca di catturare quella magia e preservare la sacralità del momento. C’è molto di più in tutto ciò che esiste e ciò è particolarmente vero per la sua arte. Devi percepirlo.”


© Mike Dagras — mikedragas.net ↗︎


Brucalippo, Zino, 100x100cm

Intervista a Zino

In dialogo con Zino, tra storia e contemporaneità all’insegna di nastri colorati.

Luigi Franchi, in arte Zino, è il protagonista della mostra People and Things che inaugura l’anno 2020 di HUB/ART. Artista nato a Teramo e attualmente stabilitosi a Rimini, Zino realizza la sua prima personale nel 2015 presso la storica galleria Cesare Manzo di Pescara, un’esplosiva fucina di idee e confronti tutta tesa nella continua opera di sfornare le più strabilianti bizzarie del linguaggio artistico contemporaneo.

Le opere selezionate per la mostra People and Things si dividono in due sezioni indipendenti ma collegate tra loro. Nella prima troviamo ritratte icone del passato come la Sibilla Delfica, la Venere Callipigia o i Bronzi di Riace, opere d’arte rilette attraverso il filtro dello schermo. Ci spieghi per quale motivo la scelta di deformare “l’originale” attraverso questo strumento?

Oggi viviamo nella Società dello Spettacolo. Tutto si tramuta in immagine in un vorticoso e inarrestabile processo di impoverimento culturale dei contenuti a vantaggio di un ipertrofico arricchimento dei contenitori.

Filtro e strumento facilitatore per nutrire questo sistema di “creatio vacui” è il media (di solito uno schermo), appendice ormai di noi homini sapiens e strumento capace di distorcere in senso edonistico i soggetti inquadrati, dando in pasto alle coscienze-massa le ombre di un passato culturale divenuto incomprensibile nella sua profondità ma sicuramente scintillante e pervasivo nel mostrare la sua liscia superficie.

Non è affatto difficile entrare in un museo e vedere persone che approcciano all’esperienza dei dipinti rinascimentali o delle statue classiche attraverso gli schermi dei propri dispositivi, come se l’arte, per essere interiorizzata, dovesse prima essere dematerializzata, semplificata, raffinata e infine, dopo essere stata ridotta ad una confortevole icona mediatica, fruita. Ecco, la serie degli schermi nasce proprio per raccontare questa nuova modalità di visione in cui le effigi dei famosi capolavori del passato si deformano attraverso un ipotetico video che ne offusca la corretta lettura artistica restituendoci solo il risultato ottico più semplice e adeguato al moderno alfabeto televisivo.

Nella seconda parte incontriamo alcuni personaggi del passato accostati ad oggetti fuori contesto con l’obiettivo di stupire, indignare o far sorridere creando un’intima comunicazione tra lo spettatore e l’immagine proposta.  Sulla scorta di queste immagini, consideri il tuo lavoro come una critica alla società contemporanea o una presa di coscienza “amara” di quanto ci circonda?

Al centro di questa serie di lavori c’è il concetto di “gioco” che è un elemento essenziale della mia ricerca artistica. Il gioco è per me un bisogno primario e fondamentale per l’uomo contemporaneo. È una funzione vitale contenuta entro i due limiti della tradizione classica: il Ludus da un lato e l’Otium dall’altro. Accostare oggetti comuni a icone della politica o dello spettacolo e abbinare il tutto a dei titoli evocativi non è altro che un’operazione per creare una sorta di rebus in cui il fruitore è spinto a risolvere l’enigma cercando dentro di sé tutti i possibili collegamenti. A volte è possibile trovare la corretta chiave di lettura, a volte invece ci si può solo abbandonare al semplice piacere dadaista del non-sense.

People and Things è il titolo della mostra. Nella tua ricerca artistica, ricorre la spettacolarizzazione degli oggetti che si possono considerare i veri protagonisti della società contemporanea “del consumo”. Anche in questo caso l’accostamento uomo–oggetto sta ad indicare questa tendenza attuale di mettere in primo piano gli oggetti, intesi come beni che ci rappresentano e ci qualificano?

Gli oggetti sono le appendici dell’uomo, delle estensioni che ci definiscono e circoscrivono.

In un’epoca di accumulo seriale sono gli oggetti a qualificarci a parlare di noi e per noi. Ogni nostro bisogno è raccontato da un oggetto che possediamo. Un vestito di marca per essere accettati, uno smalto per la nostra autostima, l’ultimo smartphone per essere sempre al top. Viviamo nella società dello spettacolo e, parafrasando lo scritto di Guy Debord, mi viene da dire che questo «spettacolo in cui viviamo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dagli oggetti». Non che ciò sia negativo in sé però è un dato di fatto, è il moderno stile di vita che come tale va analizzato, compreso e alla fine, se si vuole, scelto.

People and Things è la seconda mostra—dopo Bad Dream, inaugurata la scorsa estate presso la galleria Zamagni di Rimini—caratterizzata dalla tecnica della tape art, tripudio di colori e fantasia realizzato da strisce di scotch colorato. Ci spieghi il tuo approdo a questa nuova tecnica e il passaggio dall’utilizzo dei mattoncini LEGO?

Nel mio personale percorso di ricerca artistica ho sempre lavorato sul concetto di stratificazione e assemblaggio, un concetto che si presta molto bene nel simboleggiare il contesto sociale e culturale in cui vivo fatto proprio di vari livelli sovrapposti.

Per riuscire a far si che anche il medium rispecchi il mondo che voglio rappresentare sono partito da una destrutturazione dell’immagine utilizzando pannelli di forex tagliati e ricomposti, poi delle resine in cui scomporre le icone contemporanee fino all’utilizzo dei mattoncini Lego per “pixelizzare” parte della realtà.

Ad oggi la mia ricerca mi ha portato a sperimentare le potenzialità espressive della tape art, tecnica che sebbene diversa nei materiali si riallaccia in maniera congruente con il mio percorso. Infatti, rimane immutata l’idea dell’immagine che si crea per strati, per sovrapposizione di livelli che simboleggiano la complessità della nostra epoca.

Luigi, ci racconti la tua gavetta “artistica” e quale consideri il momento di svolta della tua carriera?

Dai tempi del DAMS, 1991, gravito attorno al pianeta arte. Solo però nel ‘98 ho iniziato ad interessarmi concretamente all’arte contemporanea. Al tempo ero a Roma e per un breve periodo frequentai l’ex-pastificio Cerere di San Lorenzo collaborando con alcuni artisti.

Da lì seguirono una serie di esperienze in Abruzzo con la Galleria Cesare Manzo dove feci da assistente per installazioni e organizzazioni di eventi. Poi, dal 2003 presi una strada completamente differente che mi portò a lavorare come restauratore di opere d’arte antica per un quindicennio.

Nel 2013, quasi per caso, trasferii il mio laboratorio in un’ala libera nella sede della rivista di arte contemporanea Segno e tornai a dedicarmi alla realizzazione di progetti artistici decidendo di provare ad esporre qualcosa di mio. Da lì sono cominciati 6 anni frenetici densi di incontri, mostre, viaggi, amicizie e soddisfazioni.

Prima di concludere, Zino è il tuo nome d’arte, ci spieghi quale è il suo significato?

È un vecchio soprannome dei tempi dell’università a Bologna che storpiava in zeta la “g” di Luigi.  Mi sembrò il tag migliore da utilizzare in quanto semplice da ricordare e poi, iniziando per Z, di solito nelle collettive finisce sempre in fondo agli elenchi dei partecipanti diventando quindi più facilmente individuabile.

Zino

Artista


Greta Zuccali

Curatrice della mostra


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Carlo Stanga

Carlo è sempre stato appassionato di disegno: è per questo, dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano, ha scelto di approfondire gli studi di arte e design. Dopo aver collaborato con Bruno Munari, ha iniziato la sua carriera come illustratore editoriale e pubblicitario, collaborando con importanti riviste e quotidiani italiani e con clienti internazionali come La Repubblica, L’Espresso, Il Sole 24ore, Lufthansa, Illy, Bompiani, Rizzoli, Wall Street Journal e Moleskine, con la quale ha creato la serie di libri “I am Milan”, “I am London” e “I am New York”.

Il suo stile distintivo presenta paesaggi ricchi, sia a colori che in bianco e nero, quasi sognanti, viste su città e avvenimenti di tutti i giorni. È affascinante come la sua doppia anima si intraveda nella sua arte: mentre l’Illustratore racconta storie di persone e delle loro vicissitudini nella città, nelle case ed edifici, l’Architetto nota e disegna un’incredibile quantità di dettagli, modanature, strutture, ornamenti di questi luoghi: l’effetto è vivido, quasi in movimento e unico.


© Carlo Stanga — carlostanga.com↗︎


XMas Party

HUB/ART e Interface sono lieti di invitarvi ad una serata di festa con brindisi, panettone e musica live!

Familiari, amici e parenti sono tutti invitati a festeggiare con noi le feste e la fine di quest'anno ricco di nuove esperienze, conoscenze e momenti di condivisione. Ad allietare la serata poi ci sarà la performance live di Fabio Bello, il nostro HR manager e chitarrista che suonerà brani del suo progetto "Crossing", dalle sonorità rock, blues e soul.

 

Con l'occasione sarà possibile anche visitare la mostra "Interface" di Giorgio Tentolini, che rimarrà esposta fino al 5 gennaio.

Quando
Mercoledì 18 Dicembre 2019
H. 18:30 – 21:00

Dove
HUB/ART Gallery
Via Privata Passo Pordoi 7/3 – Milano

Musica Live
Fabio Bello

Fabio Bello

Artista emergente, nasce a Napoli respirando le influenze del blues, Folk, Funk e Soul partenopeo degli anni 70 e 80. Durante il suo percorso di musicista studia prima come batterista e poi come chitarrista.

Il suo progetto, “Crossing”, traghetta l’ascoltatore attraverso il fiume di un’esperienza di cambiamento personale, in cui qualsiasi modello culturale imposto viene messo in discussione, a favore di un’indipendenza psicologica basata sul “ciò che sono realmente“. Artista introspettivo, cerca di guardare dentro le cose dal proprio punto di vista. Il suo stile si fonda proprio sull’istinto e la passionalità della musica e in esso confluiscono sonorità Rock, Blues e Soul.

Tra i musicisti a cui si ispira figurano artisti come  Jonny Lang, Eddie Vedder, Pino Daniele, George Benson, Ray Lamontagne, Ani DiFranco, Susan Tedeschi, Markus King e molti altri…


Monica Bonvicini

Monica Bonvicini è emersa come artista visiva e ha iniziato a esporre a livello internazionale a metà degli anni ’90. La sua pratica poliedrica—che indaga il rapporto tra architettura, potere, genere, spazio, sorveglianza e controllo—è tradotta in opere che mettono in discussione il significato di fare arte, l’ambiguità del linguaggio, i limiti e le possibilità legati all’ideale di libertà.

Bonvicini ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’oro alla Biennale di Venezia (1999). Attualmente è rappresentata dalla Galerie Peter Kilchmann, Zurigo; König Galerie, Berlino; Galleria Raffaella Cortese, Milano; Mitchell-Innes & Nash, New York.

 


© Monica Bonvicini — monicabonvicini.net↗︎
Foto di Jens Ziehe, Achim Kukulies, Christopher Burke


Salventius

Salventius

Niels Kiené, noto come Salventius, è un artista olandese che crea ritratti a una linea “single line” usando tecniche miste e innovative come il light paiting, la fotografia, la scultura e la stampa 3D, oltre a tecniche tradizionali quali pittura acrilica, pastelli, inchiostro.
Le sue opere sono caratterizzate da una sorprendente consapevolezza del gesto del disegno: una sola linea unisce emozioni, sopracciglia, società e personalità in un atto creativo vibrante senza fine. Nessuna linea guida, niente schizzi preparatori, solo una connessione diretta diretta e incredibile tra mente e carta, emozioni e mano: lui lo chiama momentalismo.
Il suo account Instagram ↗︎ presenta dozzine (se non centinaia) di timelapse e video che mostrano il suo processo artistico, non filtrato e non editato: possiamo assistere alla semplicità e al flusso continuo che caratterizzano la sua produzione, mentre le didascalie dei post ci lasciano intravedere i suoi pensieri e la sua tecnica creativa.


© Opere e video di Salventius — salventius.com↗︎

Salventius, "Flickering facts" 70x100cm, acrilico su carta 200 gsm.

Giorgio Tentolini Ritratto

Giorgio Tentolini

Giorgio Tentolini nasce a Casalmaggiore (Cremona) nel 1978, si forma in Arti Grafiche presso l’Istituto d’Arte “Toschi” di Parma, per diplomarsi in design e comunicazione alla “Università del Progetto” di Reggio Emilia. Dopo stages presso artisti come Marco Nereo Rotelli, inizia una personalissima ricerca con installazioni su base fotografica, per le quali subito ottiene riconoscimenti significativi.

Ogni sua opera nasce da una precisa indagine sul Tempo come memoria e identità, in un’attenta e lenta ricostruzione che avviene con lo studio della luce e l’incisione di strati di materiali diversi, tessuti, carte, PVC. Sono il tulle e ila rete metallica l’attuale medium della sua ricerca per la levità meditativa che i suoi strati restituiscono all’immagine, metafora di luoghi e ricordi, di sogni e visioni. Un lavoro pittorico dunque che vive la realtà della scultura. Vive e lavora tra Casalmaggiore, Reggio Emilia e Milano.


Instagram @giorgiotentolini

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