Nato a l’Havana, classe 1977, il suo lavoro riflette la singolare esperienza dell’essere cubano. Capote, noto ai collezionisti già dagli anni ‘90, affronta infatti tematiche politiche, sociali e di migrazione che fanno riferimento in primis all’identità cubana ma diventano poi universalmente accessibili.
Il suo lavoro, estremamente concettuale, si basa sulla sovrarappresentazione che lui stesso definisce una caratteristica della cultura pop contemporanea. Vi ritroviamo organi umani o oggetti di uso comune, molto spesso assemblati.
E cosi ad esempio Capote rappresenta la Nostalgia e lo fa attraverso una cerniera che apre una valigia che rivela un muro di mattoni, metafora del nomadismo e dei suoi limiti.
O ancora un lavandino dorato a forma di padiglione auricolare. I visitatori invitati a lavarsi le mani permettono cosi ai residui sporchi di fluire nel canale uditivo. Questa azione riflette sul flusso delle informazioni che ci viene spesso fornita dai media, dalla pubblicità e della propaganda politica e diventa un’allusione diretta al lavaggio del cervello.
Yoan Capote ha rappresentato Cuba alla 54esima Biennale di Venezia, ha vinto un premio UNESCO e ha ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim — il tutto per i suoi dipinti e le sue sculture che si concentrano sull’esame dei comportamenti e degli stati psicologici (personali o collettivi), dai più intangibili ai più viscerali.


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