In dialogo con Zino, tra storia e contemporaneità all’insegna di nastri colorati.

Luigi Franchi, in arte Zino, è il protagonista della mostra People and Things che inaugura l’anno 2020 di HUB/ART. Artista nato a Teramo e attualmente stabilitosi a Rimini, Zino realizza la sua prima personale nel 2015 presso la storica galleria Cesare Manzo di Pescara, un’esplosiva fucina di idee e confronti tutta tesa nella continua opera di sfornare le più strabilianti bizzarie del linguaggio artistico contemporaneo.

Le opere selezionate per la mostra People and Things si dividono in due sezioni indipendenti ma collegate tra loro. Nella prima troviamo ritratte icone del passato come la Sibilla Delfica, la Venere Callipigia o i Bronzi di Riace, opere d’arte rilette attraverso il filtro dello schermo. Ci spieghi per quale motivo la scelta di deformare “l’originale” attraverso questo strumento?

Oggi viviamo nella Società dello Spettacolo. Tutto si tramuta in immagine in un vorticoso e inarrestabile processo di impoverimento culturale dei contenuti a vantaggio di un ipertrofico arricchimento dei contenitori.

Filtro e strumento facilitatore per nutrire questo sistema di “creatio vacui” è il media (di solito uno schermo), appendice ormai di noi homini sapiens e strumento capace di distorcere in senso edonistico i soggetti inquadrati, dando in pasto alle coscienze-massa le ombre di un passato culturale divenuto incomprensibile nella sua profondità ma sicuramente scintillante e pervasivo nel mostrare la sua liscia superficie.

Non è affatto difficile entrare in un museo e vedere persone che approcciano all’esperienza dei dipinti rinascimentali o delle statue classiche attraverso gli schermi dei propri dispositivi, come se l’arte, per essere interiorizzata, dovesse prima essere dematerializzata, semplificata, raffinata e infine, dopo essere stata ridotta ad una confortevole icona mediatica, fruita. Ecco, la serie degli schermi nasce proprio per raccontare questa nuova modalità di visione in cui le effigi dei famosi capolavori del passato si deformano attraverso un ipotetico video che ne offusca la corretta lettura artistica restituendoci solo il risultato ottico più semplice e adeguato al moderno alfabeto televisivo.

Nella seconda parte incontriamo alcuni personaggi del passato accostati ad oggetti fuori contesto con l’obiettivo di stupire, indignare o far sorridere creando un’intima comunicazione tra lo spettatore e l’immagine proposta.  Sulla scorta di queste immagini, consideri il tuo lavoro come una critica alla società contemporanea o una presa di coscienza “amara” di quanto ci circonda?

Al centro di questa serie di lavori c’è il concetto di “gioco” che è un elemento essenziale della mia ricerca artistica. Il gioco è per me un bisogno primario e fondamentale per l’uomo contemporaneo. È una funzione vitale contenuta entro i due limiti della tradizione classica: il Ludus da un lato e l’Otium dall’altro. Accostare oggetti comuni a icone della politica o dello spettacolo e abbinare il tutto a dei titoli evocativi non è altro che un’operazione per creare una sorta di rebus in cui il fruitore è spinto a risolvere l’enigma cercando dentro di sé tutti i possibili collegamenti. A volte è possibile trovare la corretta chiave di lettura, a volte invece ci si può solo abbandonare al semplice piacere dadaista del non-sense.

People and Things è il titolo della mostra. Nella tua ricerca artistica, ricorre la spettacolarizzazione degli oggetti che si possono considerare i veri protagonisti della società contemporanea “del consumo”. Anche in questo caso l’accostamento uomo–oggetto sta ad indicare questa tendenza attuale di mettere in primo piano gli oggetti, intesi come beni che ci rappresentano e ci qualificano?

Gli oggetti sono le appendici dell’uomo, delle estensioni che ci definiscono e circoscrivono.

In un’epoca di accumulo seriale sono gli oggetti a qualificarci a parlare di noi e per noi. Ogni nostro bisogno è raccontato da un oggetto che possediamo. Un vestito di marca per essere accettati, uno smalto per la nostra autostima, l’ultimo smartphone per essere sempre al top. Viviamo nella società dello spettacolo e, parafrasando lo scritto di Guy Debord, mi viene da dire che questo «spettacolo in cui viviamo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dagli oggetti». Non che ciò sia negativo in sé però è un dato di fatto, è il moderno stile di vita che come tale va analizzato, compreso e alla fine, se si vuole, scelto.

People and Things è la seconda mostra—dopo Bad Dream, inaugurata la scorsa estate presso la galleria Zamagni di Rimini—caratterizzata dalla tecnica della tape art, tripudio di colori e fantasia realizzato da strisce di scotch colorato. Ci spieghi il tuo approdo a questa nuova tecnica e il passaggio dall’utilizzo dei mattoncini LEGO?

Nel mio personale percorso di ricerca artistica ho sempre lavorato sul concetto di stratificazione e assemblaggio, un concetto che si presta molto bene nel simboleggiare il contesto sociale e culturale in cui vivo fatto proprio di vari livelli sovrapposti.

Per riuscire a far si che anche il medium rispecchi il mondo che voglio rappresentare sono partito da una destrutturazione dell’immagine utilizzando pannelli di forex tagliati e ricomposti, poi delle resine in cui scomporre le icone contemporanee fino all’utilizzo dei mattoncini Lego per “pixelizzare” parte della realtà.

Ad oggi la mia ricerca mi ha portato a sperimentare le potenzialità espressive della tape art, tecnica che sebbene diversa nei materiali si riallaccia in maniera congruente con il mio percorso. Infatti, rimane immutata l’idea dell’immagine che si crea per strati, per sovrapposizione di livelli che simboleggiano la complessità della nostra epoca.

Luigi, ci racconti la tua gavetta “artistica” e quale consideri il momento di svolta della tua carriera?

Dai tempi del DAMS, 1991, gravito attorno al pianeta arte. Solo però nel ‘98 ho iniziato ad interessarmi concretamente all’arte contemporanea. Al tempo ero a Roma e per un breve periodo frequentai l’ex-pastificio Cerere di San Lorenzo collaborando con alcuni artisti.

Da lì seguirono una serie di esperienze in Abruzzo con la Galleria Cesare Manzo dove feci da assistente per installazioni e organizzazioni di eventi. Poi, dal 2003 presi una strada completamente differente che mi portò a lavorare come restauratore di opere d’arte antica per un quindicennio.

Nel 2013, quasi per caso, trasferii il mio laboratorio in un’ala libera nella sede della rivista di arte contemporanea Segno e tornai a dedicarmi alla realizzazione di progetti artistici decidendo di provare ad esporre qualcosa di mio. Da lì sono cominciati 6 anni frenetici densi di incontri, mostre, viaggi, amicizie e soddisfazioni.

Prima di concludere, Zino è il tuo nome d’arte, ci spieghi quale è il suo significato?

È un vecchio soprannome dei tempi dell’università a Bologna che storpiava in zeta la “g” di Luigi.  Mi sembrò il tag migliore da utilizzare in quanto semplice da ricordare e poi, iniziando per Z, di solito nelle collettive finisce sempre in fondo agli elenchi dei partecipanti diventando quindi più facilmente individuabile.

Zino

Artista


Greta Zuccali

Curatrice della mostra


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