“RIVERRUN è la prima e l’ultima parola del Finnegars Wake di James Joyce. È una parola nuova. Tutti sanno che River è fiume e Run è correre. La parola composta diventa però un personaggio nuovo, una suggestione del tessuto sonoro, e ci introduce all’esperienza di riunire le cose e di vederne il flusso. RIVERUN ha tre volte la lettera R che fa del Ritmo dello scorrere la struttura interna della parola. L’arte non è questione di Stile o di idee, è l’esperienza del RRRitmo, la costruzione del nostro incontro scontro nel flusso del RIVERRUN. Come una giornata di infiniti anni che riparte ogni mattino. La verità è relativa.” 

Attilio Terragni

 

Che questa frase di Attilio Terragni sia il viatico per entrare nel suo mondo. È la migliore, la più adatta a svolgere questo servizio, proprio come una porta. Osservando le sue opere, infatti, ciò che salta subito agli occhi è la corsa delle linee, che diventano in alcuni casi veri e propri tagli, interruzioni delle superfici. In architettura come in pittura.

Questo dato rende ancora più felice l’idea di inaugurare l’attività di un nuovo edificio firmato dallo stesso autore di cui sono esposti i dipinti nello spazio interno dedicato all’arte. La corrispondenza tra contenitore e contenuto è evidente: mentre cambia l’ambito operativo, i materiali e il modo di giocarseli – si noti ad esempio l’ascetismo cromatico della prova tridimensionale che non trova sempre riscontro sul piano bidimensionale, anzi spesso vivacemente colorato – la concezione del mondo è evidentemente la medesima.

L’architettura, come i dipinti di Attilio Terragni, stabiliscono un immediato parallelo con il Finnegans wake di Joyce proprio relativamente alla decostruzione e ricostruzione del linguaggio sulle sue infinite combinazioni e metamorfosi, come per restituire la ciclicità della vita. Un inno alla complessità e alla ricchezza del cosmo.

Protagonista è la linea che, come insegna l’esperienza percettiva e come ha evidenziato dal punto di vista teorico in modo puntuale lo studioso francese Michel Pastoureau1, rappresenta il risveglio della superficie, uno dei suoi principali elementi di scarto, cesura e attivazione. Elemento particolarmente prepotente, introduce discontinuità e al tempo stesso indica la continuità del divenire, è segnale del flusso inarrestabile, essenza e perno del movimento, vettore direzionale, transito; dunque azione, e non forma.

Proprio per queste sue caratteristiche la linea sembra il punto di partenza di uno dei “discorsi” preferiti da Attilio Terragni, architetto, pittore e fotografo, sembra rappresentare l’elemento archetipico a monte di ciascuna delle modalità linguistiche adottate, che tutte si avvalgono della linea come ponte che collega ma anche come taglio che separa, frammenta le superfici, le allontana/avvicina e le perturba, mentre spesso collabora a creare una sorta di effetto specchio, una specie di duplicazione del simile che si rivela però presto come diverso.

In piena continuità con i principi dell’astrattismo razionalista, lo spazio è relativo ed assoluto al tempo stesso, estensibile, infinito e mutevole. Anche se sembra inutile scomodare Le Corbusier e Mondriaan, occorre dire che la matrice della concezione dello spazio è quella, anche se risulta di fatto quasi ribaltata. Il principale attore del detournement è l’intervento di una componente turbativa tutta postmoderna, strettamente relativa al tempo attuale, in cui l’utopia modernista è lasciata definitivamente alle spalle, come un sogno, per entrare nel regno della consapevolezza del principio d’indeterminazione e altre storie simili che minano l’onnipotenza dell’uomo, e lo ridimensionano.

La coscienza della relatività, al di là della dichiarazione posta in esergo, è sottolineata dalla proposta espositiva fondata sul gioco di combinazioni delle tele, presentate prevalentemente

in forma di dittico e trittico3, figure tradizionali della storia dell’arte che trovano qui una nuova vita soprattutto nel dinamismo delle linee.

Torniamo alla scelta di inaugurare lo spazio contestualmente a una mostra di dipinti dell’architetto che ha firmato l’edificio; questa scelta, nello scambio dialettico tra esterno e interno, che funzionano come eco reciproca, comporta appunto un effetto di amplificazione dei valori.

E torniamo alla linea, protagonista assoluta, che è prima di tutto movimento energia velocità, come insegnano anche i Futuristi e come è ben emblematizzato dalla scultura di Balla dal titolo Pugno di Boccioni, rosso incrocio di indicazioni direzionali.

È stato fatto questo esempio per dire della potenza dinamica dei colori, che spingono anch’essi, accelerando la corsa delle linee; i colori sono portatori di diverse temporalità e inclinazioni, contribuiscono in modo sostanziale alla forza della corrente, alla creazione delle traiettorie variamente orientate, a volte perfino contraddittorie. A causa di questo trattamento delle superfici, lo spazio si spalanca in aperture mai viste.

L’insieme delle opere di Terragni esposte in questa occasione, se osservate con attenzione, concentrandosi su alcuni elementi precisi e i loro comportamenti, a volte sembra che si somiglino tutte, in altri momenti invece si potrebbe pensare che abbiano perfino autori diversi. L’immagine della complessità, del cambiamento, sta sotto gli occhi degli osservatori, abbagliati dagli effetti di solarizzazione, sorpresi dal gioco del rovescio tra positivo e negativo e altre ambiguità, catturati in particolar modo dai grandi formati delle tele e soprattutto a causa dell’allestimento ritmico molto serrato, che, attraverso la presentazione dei materiali sotto forma di una sequenza inarrestabile, restituisce ciascuno al proprio essere nel tempo.

Ogni tela deriva dalla medesima concezione, del fare e del vivere: pensando a Perec, cos’è del resto la vita se non “passare da uno spazio a un altro cercando il più possibile di non farsi troppo male”2? La “figura” dell’esistenza è molto bene sintetizzata da questa polifonica attivazione dello spazio, condotta tramite operazioni che, come si è detto, danno luogo a esiti finali anche assai diversi tra loro. Tutte le tele di Terragni comunque instaurano un dialogo con le altre, fatto di contraddizioni e fratture con alcune, ricco di assonanze privilegiate con altre, fino a sembrare membri della stessa famiglia.

Corrispondenze, simmetrie e scarti tanto delle linee quanto delle stesure cromatiche, che giocano spesso sul contrasto tra l’opacità del colore acrilico contrapposta alla lucentezza del pigmento a olio.

La trasformazione è il cuore dell’esistenza, e dunque di questo lavoro. Lasciamoci trasportare dal flusso di sciami di linee tratteggiate, che, con il loro preciso ticchettio, si organizzano come soldati di un solo esercito e si dispongono come falangi; quelle stesse linee improvvisamente danno vita a elementi simili a pentagrammi o esplodono in fuochi d’artificio, oppure a tratti si animano con movimenti quasi organici, come serpenti risvegliati dal suono del flauto o nastri e cartigli calligrafici mossi dal vento. La loro caratteristica è comunque la velocità: le linee corrono, e nessuno può fermarle, corrono a perdifiato in uno spazio immenso. A volte creano effetti ottici disorientanti, dal sapore perfino catastrofico, che fanno pensare a Piranesi e a Escher, specialmente per quella componente di “quasi” specularità tra uguali ma diversi, e per l’assetto sempre instabile dello spazio che impone slittamenti e accelerazioni, improvvise cadute e itinerari imprevisti.

Cosa vedono i nostri occhi? È difficile da dire perché tutto cambia continuamente come in un film, un film di fantascienza però. Frattali, città, galassie, elementi che si aggregano momentaneamente, addensandosi a creare un nucleo, per poi aprirsi, disperdersi, spazzati via da un vortice.

Gli spazi contenuti nei formati delle tele, grandi ma non enormi, sono vastissimi, siderali, nonostante il cognome del loro autore appartenga all’immaginario ctonio.

La linea è un ponte tra un dipinto e l’altro, e l’osservatore si trova irretito in un gioco di rimandi che ha un fortissimo potere di coinvolgimento. Attilio Terragni immette in un mondo dove l’aria è rarefatta e pura, dove il corpo, privo di forza di gravità, è lanciato in orbita, il volo è all’ordine del giorno, ogni transito lieve e ognuno segue inevitabilmente il corso più o meno accidentato del proprio destino. Come un turacciolo nella corrente, immagine metaforica dell’uomo immerso nel flusso della vita, secondo Pierre Auguste Renoir, uno dei più luminosi cantori del cambiamento.


[1] Michel Pastoureau, La stoffa del diavolo, Il Nuovo Melangolo, Genova 2007.

[2] Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 2013.

[3] Composti da elementi largamente interscambiabili accostati tra loro secondo una logica combinatoria di carattere variabile.

Elisabetta Longari

Curatrice della mostra “Riverrun”


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