Davanti ad un lavoro di Sandro Giordano ci si interroga oggi come capitò a tutta quella generazione a cavallo fra ‘800 e ‘900 che si trovò a confrontarsi con i primi film d’animazione, moderna idea di movimento che concepisce occhi nuovi per essere osservata.
Nel cinema di animazione la realtà da riprendere è statica e la cinecamera ha la sola funzione di catturare fotogramma per fotogramma l’oggetto da animare. Solo al momento della proiezione della pellicola, gli oggetti ripresi si “animano”.
Nel progetto fotografico _IN EXTREMIS (bodies with no regret) di Giordano la realtà che viene inquadrata e ripresa, fatta di persone ed oggetti, viene colta in quel momento immediatamente antecedente la messa in moto della pellicola. Tutto all’interno dei suoi scatti è affetto da una paralisi, come se il rullino della pellicola si inceppasse invece che iniziare a riprodurre la sequenza dei fotogrammi.
Ed è proprio quel momento di arresto, come in un loop sonoro, che vede entrare in scena l’estro di un fotografo che stravolge spazi e pose, e cattura frammenti di una realtà in cui scorre un fluido anestetico che immobilizza l’umanità, facendola cadere impigliata in una rete.
Nell’obbiettivo del fotografo troviamo un mondo segnato dallo scarto tra apparenze e realtà, in cui il continuo accumularsi di beni materiali e l’incessante proliferare di bisogni dà luogo ad una sorta di vertigine, un black out della mente e del corpo, che improvvisamente costringe tutti faccia a terra.
L’essere umano si scompone, si sfracella letteralmente, e solo gli oggetti di cui si è maniacalmente circondato rimangono intatti. Il mezzo fotografico diviene quindi stimolo, invito inesauribile alla riflessione su una contemporaneità che a tutti appartiene, con le sue nevrosi e i suoi tic, impietosamente messa a nudo ed amabilmente beffeggiata.
I richiami nell’opera di Giordano sono molteplici, così come molteplici sono le paralisi.
Ritroviamo l’immobilità costretta e ossessionata del fotoreporter Jefferies, celebre protagonista de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, cult in cui la macchina fotografica diviene un osservatorio e il fotografo qualcosa di più di un semplice osservatore passivo.
Nella tragica rappresentazione di un’umanità bizzarra e sessualmente disgraziata, ritroviamo anche un innegabile richiamo all’espressività di Charlie Chaplin, dimostrazione che la sensibilità di Giordano, armata di macchina fotografica, può insinuare ironia, provocare un sorriso o suscitare angoscia.
La suprema saggezza dell’immagine fotografica consiste nel dire: “Questa è la superficie. Pensa adesso – o meglio intuisci – che cosa c’è di là da essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto”. E se nella teoria di Sontag ci si distacca quindi completamente dal considerare l’immagine fotografata mera apparenza, attraverso la narrazione di Giordano, acquisiamo una nuova forma di consapevolezza e la consumiamo attraverso la nostra stessa retina.

Greta Zuccali

Curatrice della mostra


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