“Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare. Alla Fantastica appartiene in qualche misura anche l’estetica, come alla Logica il giudizio.”

Novalis, Frammento 1905

 

Il frammento del poeta e filosofo Novalis viene ricordato nell’Antefatto a La grammatica della fantasia di Gianni Rodari, manuale in cui lo stesso scrittore prova a definire la Fantastica come l’arte capace di individuare i meccanismi dell’immaginazione creativa, ossia della fantasia che agisce sulla realtà.

Questa premessa, presa in prestito dalla letteratura, ci è d’aiuto per comprendere l’opera di Paolo Di Rosa, artista contemporaneo che avvia la sua ricerca durante il quarto anno di studi di ingegneria chimica. L’occasione si presenta con la vittoria di un bando per un progetto artistico che viene accolto come il pretesto per prendersi un anno sabbatico. Da quel momento però la sua vita subisce un cambio di rotta radicale, avvenuto contro tutti e anche contro le sue stesse iniziali convinzioni.

Rimangono il suo vocabolario, quello della matematica, della fisica, dell’economia e la sua curiosità composta da atomi e molecole. La sua opera come un esercizio di logica da leggere tanto con la fantasia quanto con il ragionamento.

Ed è proprio il sentiero tracciato da questa dualità a condurci nel cuore del suo lavoro.

Lo sa bene Di Rosa, non basta un solo polo per suscitare una scintilla, ce ne vogliono due.

Con l’approccio di un fisico si concede il lusso di guardare la Terra dall’alto di una nuvola, contraddicendo l’esperienza del mondo cosi come tutti la conosciamo, dominata dalla legge di gravità. Conoscendo le regole per accedere alla realtà dalla porta principale, decide di infilarvisi da un finestrino.

Il punto di vista è frontale, la pittura brillante e piatta, la sensazione di sospensione. L’artista ci porta in una dimensione ridotta all’essenziale ed i personaggi che ci fa incontrare -umani o animali- sono cosmonauti colti nell’atto di compiere un’azione straordinaria e totalizzante.

In questo universo in essenza di gravità, essi sono allo stesso tempo osservati e osservatori, esterni ed interni. Emblematico in questo senso lo sguardo vitreo del pesce, contatto non umano fra i mondi che vengono rappresentati.

Nella sua poetica ricorre la rappresentazione del filo, fluido o aggrovigliato, elemento talvolta fisico, altre volte solo immaginario, che diventa spunto per approfondire le connessioni invisibili tra gli esseri umani, tra gli esseri umani e il loro ambiente e tra i campi energetici individuali e collettivi nelle dimensioni non visive dell’universo.

In questa sensazione di spaesamento ci aiuta tenere presente che l’immaginazione è quella dell’ingegnere. Essa prende le sembianze di un rebus e per verificarsi richiede menti dotate di capacità logiche.

Non dobbiamo quindi considerare l’opera di Di Rosa come un non senso ma bensì come il frutto di un processo di “spaesamento sistematico”, come scrisse Max Ernst per spiegare l’immagine di un armadio dipinto da De Chirico nel bel mezzo di un paesaggio classico, fra ulivi e templi greci.

Con questa premessa si dichiara la dimensione metafisica del lavoro dell’artista, il quale rende un oggetto un fatto artistico estraniandolo dal novero dei fatti della vita. Lo scuote, lo capovolge, lo sovradimensiona o al contrario lo riduce all’inverosimile per estrarre dallo stesso una nuova essenza.

Come nella pittura metafisica predomina l’immobilità, preludio di qualcosa che sta per accadere.

E agli osservatori rimane il dubbio di trovarsi nell’emisfero abitato dagli uomini o piuttosto in un vuoto sconfinato e senza tempo.

Greta Zuccali

Curatrice della mostra


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