Non basta una fotocamera per realizzare un reportage perché, per paradossale che possa apparire, quella meravigliosa macchina capace di catturare gli attimi più preziosi e imprevedibili della vita può costituire un ostacolo se chi la maneggia non lo fa con il garbo e il rispetto dovuti. Bisogna essere stati per un po’ di tempo a osservare la vita da dietro un mirino per capire di quanto potere ci si possa avvalere quando si decide di dar vita a una storia fotografica dove i protagonisti sono reali e le vicende autentiche.

Nonostante la giovane età, Valentina Tamborra è abituata ad affrontare temi di aspra attualità, passando da una discarica keniota dove i bambini locali sopravvivono trovandovi improbabili risorse per arrivare alle zone di confine, da Ventimiglia a Lesbo, dove i migranti sono bloccati a un passo dai loro sogni.

Valentina in questo lavoro si si è trovata a confrontarsi con problemi nuovi che sapevano di antico perché l’Italia che è stata storicamente un paese povero – di materie prime, di risorse, di merci ma non di inventiva e di orgoglio – di questa condizione ha perso la memoria come se tutto appartenesse a una realtà lontana definitivamente superata. Nel nostro Dna nazionale sono incisi a fuoco gli elementi di quel grande riscatto sociale che ha caratterizzato il periodo compreso fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del successivo decennio quando l’intreccio fra una ritrovata libertà espressiva e una straordinaria capacità produttiva aprì al Paese la strada verso un benessere inaspettato e per un miglioramento delle condizioni di vita che per la prima volta era esteso anche alle classi subalterne. Da allora in poi – e non importa avere o meno vissuto in prima persona le fasi di quel passaggio epocale – si è percepita la povertà come qualcosa di indistinto tenuto definitivamente lontano dai nostri orizzonti. E invece le cose non stanno così, basta relativamente poco per scivolare indietro, per accorgersi che quanto era dato per acquisito solo poco tempo prima ora si è allontanato dapprima in modo impercettibile poi sempre di più e che per raggiungerlo di nuovo non si può più fare da soli ma bisogna contare sull’aiuto di altri. Quegli altri in questo caso sono gli operatori de L’Albero Della Vita, la onlus che quotidianamente segue le famiglie protagoniste di questa mostra aiutandole nel percorso creato per farle uscire dalle difficili condizioni in cui si sono trovate. C’è dignità in questa loro accettazione, c’è una grande consapevolezza che si trasforma in forza, c’è una determinazione che funge da motore ma per rendere in fotografia tali sentimenti, operazione peraltro molto difficile, occorre avvicinarsi a questo modo di vivere così tanto da renderlo in qualche modo proprio. Così ha operato Valentina Tamborra entrando in contatto con cinque famiglie di altrettante città con cui ha stabilito un rapporto di tale vicinanza da consentirle di entrare nelle loro dinamiche interpersonali e costruire così le premesse indispensabili al suo lavoro di reporter. Perché di fronte a una fotografia le persone possono sentirsi messe a nudo o al contrario omaggiate di una nuova, inaspettata attenzione e in tal modo acquisire la dignità che meritano. È interessante sottolineare la capacità dell’autrice di costruire un preciso e rigoroso metodo di approccio valido per tutte le situazioni (la visione d’assieme dei luoghi, gli interni delle case, i ritratti dei singoli e quelli di gruppo) ma anche così duttile da adeguarsi alle caratteristiche individuali dei singoli. Anche quando gli esterni sono poco attraenti, non c’è mai compiacimento nel descriverli ed anzi l’occhio della fotografa cattura lo scorcio di un cammino a gradoni cui conferisce una potenza teatrale, si sofferma su un angolo di muro ma lo abbelisce con un murale; quando poi deve soffermarsi su una strada veramente dissestata, allora è la scelta di un’inquadratura attenta e rigorosa a consentirle di renderla più dinamica e meno sgradevole. Sono i mille particolari degli interni a raccontare più di tutti la realtà di queste famiglie perfettamente allineata al gusto medio dove tutto assume i toni di una ricercata rispettabilità: le camerette dei bambini un po’ leziose, i magneti sul frigo, il salotto buono con i quadri alle pareti e il tavolo rotondo attorno a cui ci si ritrova raccontano della vigorosa volontà di salvare una normalità esteriore. Ma poi sono quelle sorelle che camminano mano nella mano, quella madre ripresa di spalle seduta sulla panchina mentre allarga le braccia come a voler proteggere con discrezione i suoi figli, quel sorriso dolce del bambino malato gettato oltre il suo lettino, quegli abbracci che si scambiano tutti con una dannata voglia di stringersi per farsi forza, tutto questo attraversa il lavoro di Valentina Tamborra e ci giunge come un messaggio forte. Perché niente è perduto se si decide che non lo è.

Roberto Mutti

Curatore della mostra