Mary, qual è la genesi dell’incontro con Elio?

Nel 2014 siamo diventati cugini di ennesimo grado, incontrandoci per la prima volta al matrimonio dei nostri rispettivi cugini. In quell’occasione mi sono “innamorata” della sua cravatta rosa, dei suoi baffi e infine della sua delicatezza d’animo. E’ stato un incontro prolifico e fortunato che mi ha dato la possibilità di confrontarmi in maniera leggera, creativa e stimolante, al punto che ci siamo ritrovati più volte a pensare di unire le nostre idee in un progetto comune.

 

 Quant’è importante, per te, il processo di creazione delle tue opere?

Il mio processo di creazione solitamente parte da un’intuizione; successivamente mi preoccupo di come realizzare un lavoro nella maniera che sia più fedele possibile a ciò che ho in mente. Ad esempio, in questo caso oltre all’impostazione tecnica, per me è stato fondamentale ragionare sul linguaggio da usare sia per entrare in relazione, sia per fare in modo che la struttura di ogni sessione fotografica fosse la stessa per tutti. Creare un ambiente di base uguale per ciascuno, fare a tutti la stessa domanda e organizzare i momenti della sessione in modo uguale per tutti. L’unica variabile è la relazione che si crea tra me e l’altro. Ho scattato con tempi di posa lunghi e luce soffusa e delicata per avere un risultato molto dinamico. Un mosso che rappresenta la narrazione di sé attraverso il corpo e i suoi gesti. Per questo motivo ho scelto di sviluppare prediligendo alla purezza del nero l’ampia gamma dei grigi. Il risultato è un’immagine morbida che vuole essere accolta.

 

Perché la domanda “come stai?”

Credo che sia di grande umanità quando si fa una domanda ascoltarne la risposta con attenzione. “Come stai?” è la prima domanda che di solito si fa a una persona conosciuta ed è l’occasione per interagire in maniera significativa. Eppure nella quotidianità quest’occasione si perde e più delle volte ci si limita a mantenere un rituale che ormai è svuotato di senso. Molte persone non sono interessate veramente a sapere come sta l’altro, e spesso questa domanda diventa solo un pretesto per parlare di sé all’altro. Io, invece, ho voluto restare in silenzio ad ascoltare la risposta per tutto il tempo necessario, senza interromperle mai, per un tempo variabile da qualche minuto a più di mezz’ora. È stata un’esperienza molto potente per tutti noi.

 

Che importanza e funzione ha quindi la domanda rispetto alle foto che scatti?

La domanda “come stai?” crea il presupposto alla foto. L’immagine è una parte inscindibile della risposta in quanto ne è completamento al pari della voce e delle parole. Queste ultime provengono dal corpo ma, mentre le parole svelano e nascondono allo stesso tempo, risultando sempre e comunque parziali, il corpo non può fare a meno di essere intero. Il corpo è sempre intero anche quando il nostro pensiero cosciente dice il contrario. Ho cercato di dare risalto allo stesso modo a questi tre elementi (immagine, parola, voce), lasciando allo spettatore la possibilità di porre attenzione su tutti e tre allo stesso modo.

 

Quando osservo le tue foto, le trovo visivamente forti e allo stesso tempo delicate. In principio i corpi si impongono nella loro nudità e suscitano in me una forma di pudore e timore.  Avvicinandosi invece, questi corpi, diventano umani, delicati e accoglienti. Leggendo la trascrizione delle risposte di ognuno alla domanda come stai? entriamo ancora di più in questo mondo. Volevo chiederti in merito, quel’è il tuo atteggiamento rispetto alla posizione e ai movimenti dei soggetti fotografati. I movimenti e le posizioni sono a discrezione di ogni persona o hai fornito delle linee guida?

La sessione fotografica è iniziata immediatamente dopo la domanda. La fotografia è costruita interpretando le parole e la gestualità spontanea (pose, espressioni, movimenti e gesti ricorrenti): ho osservato con molta attenzione i gesti prodotti durante la narrazione, sforzandomi di mantenere un ascolto totale, globale. Il gesto ritratto è quello che io ho immaginato mentre loro mi parlavano. Ho condiviso con loro l’immagine che mi è venuta in mente chiedendo loro di mostrarmela. Il modo in cui l’hanno fatto, però, è assolutamente personale. In queste nudità non c’è volontà di esibizione, né di oggettivizzazione. Sono corpi vivi, in movimento, imperfetti, sono corpi – soggetto. L’elemento culturalmente perturbante della nudità lascia il posto alla delicatezza e al pudore, inteso come stile di relazione con l’altro. La costruzione di una relazione fatta dal superamento del reciproco imbarazzo e di accettazione dell’altro per quello che è, anche quando risponde in maniera inaspettata, mostrando un aspetto molto diverso dalle aspettative. Occorre avere umanità e rispetto dell’altro e di sé, tollerando l’errore e la fallibilità.

 

L’impressione che ho che è mentre hai scattato la foto stiano ancora parlando… È così? Ma soprattutto, sembra esserci sempre del movimento: è voluto?

Il mosso è fortemente voluto perché riflette una condizione del tutto naturale, cioè quella del movimento e della continua evoluzione. Niente è fermo, perché ritrarlo tale?

Giulia Blasig

Curatrice della mostra


Mary Della Giovanna

Artista


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