Il Testimone conteso è una mostra e, al contempo, un dialogo fatto d’immagini e parole tra due artisti: Elio Ticca e Mary Della Giovanna. Seppure portatori di due linguaggi diversi e non immediatamente riconducibili, il legame tra i due artisti è innegabile ed emerge progressivamente nell’esibizione. Da un lato, i quadri di Ticca, con le sue immagini simboliche e allusive e le parole sovrapposte alle tele, che sembrano voler creare in noi un collasso di senso. Dall’altra, i corpi di Mary che si mettono a nudo e si raccontano, svelandoci la loro unicità e fragilità. Ma qual è il filo rosso che ci guida tra questi due mondi?

La serie fotografica di Mary è frutto di un progetto “sul mettersi a nudo, non solo fisicamente ma anche metaforicamente, in quanto persona. Usando come presupposto la domanda come stai?, l’artista, oltre a lavorare sugli aspetti scenografici e tecnici della posa, registra e trascrive ogni  risposta, creando, a partire da queste, il completamento di ciascun ritratto.

Mentre ammiriamo i nudi in bianco in nero, sentiamo in lontananza delle voci. Sono le storie di questi corpi, sono le parole che ci prendono per mano e ci fanno addentrare ancora di più in quel mondo privato e soggettivo, che l’artista ha sapientemente e silenziosamente colto in ognuno dei suoi soggetti.

Un movimento dall’esterno all’interno. Nel suo libro Nudità, il Nichilismo e la Bellezza dei Corpi, Giorgio Agamben enuncia come tutti noi siamo naturalmente attratti, ma allo stesso intimiditi, dalla  nudità altrui. Nella nostra cultura, scrive il filosofo, il rapporto viso/corpo è segnato da un’asimmetria fondamentale, che vuole che il viso per lo più nudo, mentre il corpo è di norma coperto.[1] Il volto è anche il luogo dell’espressività. Jean-Luc Nancy, similmente, sottolinea come il corpo umano è necessariamente nudo, e l’uomo è l’unico essere al mondo che riconosce la sua nudità; l’unico, dunque, per cui il corpo può essere esposto (ex-peau-sition). La nudità del corpo annulla ogni altro livello.

Il corpo conserva il suo segreto, questo niente, questo spirito che non abita in lui ma è sparso, espanso, esteso completamente attraverso di lui, sebbene il segreto non abbia nessun nascondiglio, nessun recesso interno, dove un giorno sarebbe possibile andarlo a scoprire.[2]

Questo “niente” è il mistero della sua nudità, che mantiene vivo il desiderio di vedere, di rivolgersi, di entrare in essa; ed è lo stesso “vuoto”, la stessa assenza riconosciuta da Agamben.  Questa imperdonabile esibizione dell’apparenza oltre ogni significato diventa, come scrive il filosofo italiano: una voce bianca che non significa nulla, e per questo ci trafigge.

Inizialmente, quindi, la nudità di questi corpi ci può intimidire e allontanare; ma, lentamente, più restiamo ad osservarli, e ad ascoltare e leggere ogni racconto, più ci sentiamo vicini e immersi, superando l’iniziale pudore. Mary Della Giovanna riesce a rendere la nudità dei suoi soggetti espressiva e carica di emotività. I testi diventano parte  integrante dell’opera e rendono i ritratti ancora più vivi e accoglienti. Ma non solo: i corpi di Mary sembrano cambiare/mutare davanti ai nostri occhi, e a poco a poco li riconosciamo come fallibili, umani, e perciò più affini al nostro sentire.

Le opere di Ticca al primo sguardo ci ammaliano per la loro forma o colore, per l’eleganza e l’espressività del tratto: hanno un’immediata forza attrattiva. Nel riconoscerne immediatamente i soggetti rappresentati, chi guarda viene pervaso da un senso di sicurezza e vicinanza. Il formalismo del linguaggio ci porta a riconoscerne i segni e a credere al contempo di aver compreso il senso di ciascun’opera. I suoi soggetti, però, evadono un’interpretazione univoca, e ad una più attenta visione possiamo avvertire tutta la loro complessità. Come scrive Gilles Deleuze, in Marcel Proust e i segni, i segni sono di per se stessi plurali, indefiniti, e devono essere alle volte sviscerati per essere compresi. I più complessi e importanti sono quelli dell’arte. L’arte, scrive Deleuze, pur servendosi di materia (come i colori per un pittore, il suono per il musicista, la parola scritta), trasfigura e spiritualizza, cercando di dare un significato al tutto. I dipinti di Ticca possono essere inclusi interamente in questa prospettiva.

Un ulteriore livello di complessità è dato dal sovrapporre alle immagini testi o parole chiave, non legate semanticamente al soggetto, creando così una polifonia di sensi e di significati.

L’associazione tra le immagini e le parole è emotiva, come per Aby Warburg nella suo Atlante Mnemosyne. Richiamano le cosiddette Pathosformeln – formule espressive dell’emozione, che si riferiscono non solo alla memoria storica collettiva, ma alla memoria personale di ogni individuo, capaci di spingere lo spettatore a elaborare un processo interpretativo aperto.

Le associazioni create da Elio sono allo stesso tempo personali e irrazionali, forti ed intime.

Ticca d’altra parte cita René Magritte come ispirazione, affermando che “lo spettatore deve soffrire l’immagine”. È questo ciò che lo spinge a creare le sue opere. Quando le immagini e le parole creano un cortocircuito nello spettatore, si arriva a un livello più profondo di assimilazione che può portare alla nascita di associazioni personali e impreviste. La “sofferenza” dello spettatore viene  riscattata, e il riscatto è la poesia.

La parola dunque, è il filo rosso. È parte fondamentale tanto nelle fotografie di Mary quanto nei quadri di Elio. È la parola che crea lo slittamento di senso, avvicinandoci ancora di più all’intimità dei corpi di Mary, e allo stesso tempo allontanandoci dai soggetti di Elio, che inizialmente sembriamo riconoscere.

Finalmente noi spettatori ci troviamo contesi. Prima attratti e poi respinti, e viceversa.

Siamo contesi tra due poli e in noi stessi. Ci sentiamo forse persi; ma, citando Nietzsche in Umano, troppo umano:

Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi – e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una stessa cosa.


[1] Giorgio Agamben, Nudità, il Nichilismo e la Bellezza dei Corpi, Nottetempo, Roma 2009

[2] J.-L. Nancy, Le Muse, cit., pp. 87.